ROMA

Nelle opere shakespeariane non vi è traccia alcuna di riferimenti riguardanti la città di Roma del suo secolo, se non quelli che si riferiscono all’Urbe dell’Impero Romano. Sono le opere “Giulio Cesare”, “Antonio e Cleopatra”, “Tito Andronico” e “Coriolano”. Tuttavia Roma assume nella vita di Michelangelo Florio un ruolo molto importante e nello stesso tempo tragico. Roma era la sede dello Stato della Chiesa Cattolica, i cui pontefici Alessandro Farnese, come papa Paolo III, Giovanni Maria del Monte, come papa Giulio III e Gian Pietro Carafa, come papa Paolo IV, verranno ricordati nelle sue opere con espressioni di esecrazione per la loro condotta e per le persecuzioni subite.

Fu in quella città che da francescano novizio, accompagnando il suo superiore Bernardino Ochino, ebbe l’occasione di conoscere nel 1534 le dotte nobildonne rinascimentali Vittoria Colonna e Cristina Cybo che introdurranno i francescani nel cenacolo napoletano degli “incontri spirituali” di Giovanni de Valdés a Napoli e nel Castello di Ischia. Da allora Roma per l’autore diviene il simbolo di un potere essenzialmente temporale riluttante ad accettare le ripetute istanze di rinnovamento che andavano diffondendosi in tutta Europa ad opera degli “spiriti liberi” e del Rinascimento. Talché nelle sue opere Michelangelo apostrofa quei tre pontefici del suo tempo, pur senza mai nominarli, con epiteti e riferimenti del tipo: “Dominio scettrato” oppure “scettrato Impero”, per sottolineare il prevalente potere temporale in opposizione alla spiritualità cristiana delle origini del Cristianesimo.

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Chiesa di San Silvestro in Capite 173
Le prigioni vaticane di Tor di Nona 223

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