PADOVA

La città è citata più volte nei testi delle opere, ma in particolare nella commedia “La bisbetica domata”, nella quale vi è anche qualche interessante accenno al confinante territorio del Ducato di Milano. La trama dell’opera, pubblicata nel 1594, è tratta dagli scritti dell’Ariosto, che all’inizio di quel secolo compose il lavoro “I Suppositi”. Michelangelo Florio fa largo uso di espressioni e frasi latine, con predilezione dei testi di Ovidio, alternati a modi di dire e frasi idiomatiche della lingua italiana delle regioni settentrionali, da lui direttamente inserite senza traduzione nel testo inglese. Si nota inoltre un accenno al personaggio di Griselda di Saluzzo, la cui storia è narrata dal Boccaccio nel Decamerone (v. decima giornata). Anche in questo lavoro l’autore prende lo spunto dal colloquio tra i personaggi Lucenzio e Tranio. Il primo racconta di essere partito da Pisa, la sua città, per recarsi “… nella bella Padova, culla delle arti …” dopo un lungo viaggio, “…attraverso la fertile Lombardia, ameno giardino della grande Italia”.

Ancora una volta dobbiamo far rilevare a chi legge o ascolta come l’autore, con brevi ma precisi tratti di penna, descriva con padronanza di sé l’ambiente in cui si svolge il racconto. È evidente la sua conoscenza diretta dei luoghi, delle strade e delle vie d’acqua per averli percorsi nel suo viaggiare. Ai critici ed ai cattedratici è sfuggita evidentemente questa precisione che tradisce la perfetta conoscenza di chi scrive. Come è stato possibile non notare la fedeltà della descrizione nell’indicare il percorso che dalla Toscana conduce a Padova. Solo chi lo avesse fatto nella realtà di quei tempi poteva inserire il preciso particolare “… attraverso la fertile Lombardia, ameno giardino ecc.…”. Oggi, con il moderno sistema viario, per andare dalla Toscana a Padova la sola regione che si attraversa è un tratto dell’Emilia. Il viaggiatore di quel secolo invece era costretto a sconfinare, sia pure per un breve tratto, proprio sul territorio lombardo dovendo attraversare il Po a Revere per Ostiglia. Anche questo è un punto critico che mette in risalto come la precisione dell’autore sia analitica. Altro che imprecisioni geografiche! Siamo andati sul posto per verificare l’esatta posizione dei corsi d’acqua: Ostiglia era in territorio della Repubblica veneta. Siamo quindi nel settentrione del Po, in piena Valle Padana. In quei luoghi si incontravano il confine con lo Stato della Chiesa (l’Emilia) e poco oltre quello con il Ducato di Milano dove appunto si trova Revere.

Anche in questa occasione l’autore dà prova della sua conoscenza dei luoghi e dei percorsi attraverso i quali in quell’epoca gli spostamenti tra le varie città della penisola avvenivano utilizzando l’antica viabilità romana e seguendo corsi d’acqua e passi appenninici che permettevano di partire da Pisa, proseguire per Lucca, superare il passo di Monte Cimone per Pavullo o la Cisa, scendere verso Parma o Modena per raggiungere il posto di imbarco di Revere per Ostiglia in Lombardia, da dove i canali portavano a Legnago nel Veneto. Da Legnago i traghetti scendevano seguendo la corrente dell’Adige verso Venezia e Chioggia. Chi era diretto a Padova si imbarcava sui traghetti che risalivano da Brondolo la foce del Brenta. Quei traghetti potevano giungere fino al centro di Padova attraverso il canale di Piovego. È la dimostrazione di come l’autore del testo scenico conoscesse alla perfezione le vie di comunicazione tra il Veneto e la Lombardia ed anche il susseguente attraversamento dell’Appennino attraverso la Cisa, la Lucchesia, Firenze per raggiungere Roma. Di ciò l’autore ne parla in particolare nell’opera “La bisbetica domata”.

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La Chiesa di San Luca 196

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