l Castello Sforzesco

 

Nella medesima opera figura anche il Castello Sforzesco con il nome di Palazzo del Duca di Milano, cioè Francesco Maria Sforza, in occasione della visita a Milano dell’imperatore Carlo V, avvenuta il 10 Marzo del 1533. Ricordiamo che il duca, secondogenito di Ludovico il Moro, esule in Germania durante l’occupazione del ducato da parte dei francesi, venne messo sul trono ducale nel 1529 dalla Lega tra il papa Leone X e l’imperatore. La corte ducale viveva nel bel palazzo detto della Rocchetta, che sorgeva all’interno del vasto cortile del Castello. L’importante ospite venne ospitato con tutto il suo seguito in quel sontuoso palazzo, mentre il Duca Francesco si trasferiva provvisoriamente con la sua corte nei locali del Convento di Santa Maria delle Grazie.

In quei tempi Francesco Maria Sforza era pretendente alla mano di Cristina di Danimarca, figlia di Cristiano II di Danimarca e di Elisabetta d’Austria. Ella era inoltre nipote dell’Imperatore in quanto sua madre era sorella di Carlo V. Il pretendente duca di Milano la chiedeva in moglie già da quando ancora ella aveva undici anni. I rapporti tra il Ducato di Milano e la Corte di Elsinore erano frequenti dai tempi delle Crociate. Già nel quattrocento re Cristiano I di Danimarca era spesso ospite del ducato; si ricordano le sue partecipazioni alle giostre equestri al Castello del Colleoni a Malpaga e le partite di caccia a Pavia. Alla proposta dello Sforza, più che quarantenne, Carlo V non frappose riserve circa l’età della fanciulla, il cui matrimonio appariva ai suoi occhi utile per legare all’Impero il Ducato di Milano contro le ripetute pretese di Francesco I di Francia su quel ducato. Quella visita dell’Imperatore a Milano fu quindi l’occasione per definire gli accordi del matrimonio della nipotina Cristina, che infatti seguì l’anno successivo a Milano, dove nei primi giorni di maggio del 1534 giunse con un gran seguito di cortigiani e di festeggiamenti al Castello.

Nell’opera “I due gentiluomini di Verona” si fa appunto cenno a quell’evento storico. Nella terza scena del primo atto, il personaggio Pantino comunica ad Antonio che il gentiluomo Valentino ha già lasciato Verona per recarsi col traghetto in Lombardia ad assistere alla visita dell’Imperatore. Questi avvenimenti storici trovano puntuale riscontro nelle cronache milanesi del tempo. Ricerche svolte riguardanti le cronache di quei giorni hanno rilevato che tra il seguito che aveva accompagnato la principessina a Milano vi erano due nobiluomini della corte tali Frederik Rosenkrantz e Knud Gylenstierne. Ciò è risultato consultando taluni elenchi degli ospiti di famiglie nobili milanesi del tempo, che confermano sia i loro nomi che le date dell’avvenimento.

Ma ciò che più interessa il nostro caso, è il fatto che l’autore ricordi proprio quegli stessi nomi dei due cortigiani danesi nell’opera “Amleto” indicandoli tra i personaggi della corte danese di Elsinore (allora la capitale non era ancora Copenaghen). In quegli anni William Shakespeare non era ancora nato. Ma anche le vicende che seguirono aiutano ad illuminarci su quanto in seguito sarebbe accaduto. Il destino volle infatti che, forse per l’eccitazione del successo del risultato diplomatico o per le fatiche matrimoniali, il povero duca di Milano morì di lì a pochi mesi. Con lui cessa la linea ducale degli Sforza. La giovane vedova non tornò al suo paese ma andò a vivere dalla zia, Maria d’Ungheria, anch’essa vedova, che governava i Paesi Bassi. Intanto in Inghilterra, con la morte di Jane Saymour nel 1537, Enrico VIII chiede di sposarla. Evidentemente la giovane Cristina di Danimarca, sicuramente non entusiasta, ritenne di prendere del tempo, tanto che il vecchio re dovette dedicare le proprie attenzioni ad Anna de Cleves, altrettanto giovane e bella, che divenne la quarta moglie. Cristina di Danimarca frequentò in seguito le corti europee tra Londra e Milano, dove soggiornava nella vicina signoria di Tortona e dove ella pose fine ai suoi giorni nel 1590. Non è da escludere perciò che durante gli anni in cui Michelangelo Florio prestò il suo incarico di insegnante alla corte del giovane Edoardo VI, tra il 1550 e il 1554, possa aver avuto nuovamente l’occasione, questa volta alla corte d’ Inghilterra, di rivedere la principessina Cristina e i suoi nobili cortigiani, ricordandoli al termine dei suoi giorni nelle sue opere, prima ancora che Shakespeare iniziasse la sua carriera a Londra. Quale altro senso avrebbe la loro singolare presenza nel testo dei suoi lavori? Anche questa potrebbe essere una sua chiave di lettura.

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