Don Juan d’Austria

In quell’opera, i due personaggi principali sono Don Pedro - che nella realtà storica impersona Filippo, figlio dell’imperatore Carlo V - e don Juan d’Austria, il vincitore della battaglia di Lepanto, figlio illegittimo avuto da Barbara Blomberg. L’imperatore ebbe molte perplessità a riconoscere il figlio avuto fuori del matrimonio, tuttavia egli assicurò al suo figliastro un trattamento pari al figlio legittimo, che divenne poi re Filippo II.

È noto il contrasto tra i due fratelli perché Juan d’Austria - assecondato dal papa - avrebbe voluto liberare la Grecia dai turchi per divenirne re, mentre Filippo puntava al controllo di tutta la costa settentrionale africana da dove partivano le incursioni dei pirati in Francia e in Italia. Le cose non andarono però come sperato; nell’ottobre del 1573, un solo anno dopo la vittoria di Lepanto, in pochissimi giorni Tunisi cadde nuovamente nelle mani dei turchi. L’opera si svolge proprio in quel periodo storico e fa riferimento a quella sfortunata spedizione. La commedia descrive il disappunto di Juan d’Austria perché, malgrado tutti gli sforzi inutilmente dispiegati per conquistare Tunisi, la situazione nello scacchiere del Mediterraneo rimaneva la stessa di prima, come dire: molto rumore per nulla … much ado about nothing …. Tantu trafficu pé nnenti.

Ogni qualvolta nel testo l’autore si riferisce a Juan d’Austria, lo indica con l’epiteto di “bastardo” a motivo della sua condizione familiare di nascita: “Don Juan il Bastardo”, appellativo che ricorre più volte, mostrando una non troppo velata acrimonia di Florio contro gli spagnoli la cui monarchia costituiva il maggior sostegno dell’aborrito “Scettrato impero”. Vediamo perché.

Nel maggio del 1576 Juan d’Austria era stato inviato da Carlo V nei Paesi Bassi per preparare l’invasione dell’Inghilterra, tuttavia poco dopo muore improvvisamente a trentun anni. I critici si sono sempre domandati perché l’autore avesse atteso il 1599 (circa un ventennio dalla sua morte e dieci anni dalla disfatta della Invincibile Armata spagnola) per scrivere un’opera che esalta gli inglesi contro l’impero di Carlo V. Oggi, grazie ai risultati della ricerca, siamo in grado di dare una risposta credibile: se l’opera fosse stata scritta da un giovane letterato di fine secolo, come ad esempio William Shakespeare nel 1598-99, (quando cioè il lavoro fu pubblicato), il quesito sul motivo di tanta avversione sarebbe stato posto plausibilmente. Nella realtà, l’opera dovrebbe essere stata concepita e scritta quando Florio era a Soglio, cioè verso il 1554. Come molte altre opere già abbozzate, Florio manifesta più volte nei suoi scritti la sua riconoscenza e simpatia verso la sua nuova patria di adozione, l’Inghilterra, che lo aveva accolto e favorito. Oltre a ciò egli manifestava la sua adesione agli ideali della Riforma che lo ispiravano, come reazione alle sopraffazioni degli spagnoli subite nel Ducato di Milano, dove era stato arrestato e la persecuzione del Santo Uffizio, che intendeva riservargli la stessa sorte dell’amico Giordano Bruno. Per questi motivi non vi è da meravigliarsi se,verso gli esponenti della casa d’Austria, come d’altronde verso il papato, il povero perseguitato Michelangelo si sia più volte espresso severamente con forti espressioni come: “scettrato impero, “Anticristo” e “dominio scettrato”, alludendo ai papi Paolo III, Alessandro Farnese e Giulio III, Giovanni Maria del Monte e con l’epiteto di “bastardo” verso chi, come Giovanni d’Austria, non poteva negare quella sua spiacevole condizione di figlio naturale.

Queste riflessioni ci offrono l’occasione di osservare che codesto astio non poteva certo albergare nell’animo di William Shakespeare, al quale non solo mancava qualsivoglia giustificato motivo di avversione nei confronti degli spagnoli, né tanto meno verso il papato essendo egli un fervente cattolico, ma semmai avrebbe cercato - da bravo osservante - di dissuadere i suoi amici e maestri, Michelangelo e John Florio dall’esprimersi con così forti espressioni.

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