Giulio Pippi, detto Giulio Romano.

 

Come noto, il duca Federico II Gonzaga oltre al riordinamento architettonico di Mantova, volle commissionare nel 1525 ai migliori architetti anche il progetto per la realizzazione del Palazzo Te, sede della reggia e della residenza di villeggiatura della corte ducale. L’opera venne così assegnata all’architetto e pittore Giulio Romano. Questo personaggio che operava a Roma e che venne invitato per la realizzazione a Mantova in quegli anni, viene ricordato da Michelangelo Florio che fu ospite sia alla corte di Mantova, come pure a quella del ramo Gonzaga della vicina Sabbioneta.

La circostanza è sorprendente e va classificata tra i non pochi lapsus calami che l’autore dissemina nei suoi testi, forse quali chiavi di lettura per chi, fra i posteri, lo avesse un giorno voluto trovare nel testo delle sue opere. Oggi tutti sappiamo chi fu Giulio Pippi ma in quel tempo quanti grandi artisti sconosciuti raggiunsero la notorietà solo tra i posteri. In Inghilterra chi poteva in quei giorni essere così informato se non colui che gli eventi della sua esistenza lo avessero portato a frequentare quei palazzi rinascimentali della provincia lombarda e precisamente nel Ducato di Mantova?

Comunque sia, resta il fatto documentale che l’autore volendo indicare il massimo valore di un artista impegnato nella rappresentazione della bellezza della natura, così si esprime: “...La principessa ha sentito parlare della statua della madre, ch’è custodita da Paolina, opera che è costata anni di lavoro ed è stata solo da poco finita da quel grande maestro italiano, Giulio Romano, che se avesse per sé l’eternità e potesse dar vita col fiato al suo lavoro, ruberebbe il mestiere alla natura, tanto la imita alla perfezione...” - Racconto d’Inverno” - Atto V, scena II).

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