La fortezza da Basso

 

Della città di Firenze Michelangelo Florio dà una ampia visione, descrivendo nell’opera “Tutto è bene quel che finisce bene”, l’intero percorso dell’attraversamento delle truppe francesi dalla Porta Romana posta a Mezzogiorno all’accampamento della Fortezza da Basso. Erano le truppe di stanza in Italia comandate dal Maresciallo di Francia Piero Strozzi, dirette a Siena. Alla scena quinta del terzo atto della suddetta opera troviamo un gruppo di donne nei pressi delle mura della città intente a raggiungere il punto più favorevole per assistere all’ingresso delle truppe. Udendo di lontano i suoni di una fanfara le donne si affrettano a raggiungere lo slargo che si apriva appena oltrepassato il Ponte alla Carraia, (come tutt’ora si colloca all’odierna Piazza Goldoni). Nel frattempo il corteo delle truppe, ormai entrate in città, percorre la lunga Via dei Serragli per oltrepassare il ponte e proseguire per raggiungere l’accampamento.

Come noto, nei territori degli Stati italiani di quell’epoca erano presenti contemporaneamente sia gli eserciti dell’impero di Carlo V, che comprendeva la Spagna e gli Stati tedeschi (la Boemia, come si chiamava allora), in continuo conflitto con la Francia di Francesco I. La situazione sul campo era poi complicata dalle alterne alleanze dello Stato Pontificio, il quale -a seconda delle mutevoli situazioni - appoggiava l’uno o l’altro contendente. Carlo V si giovava delle assurde pretese del re francese su presunti diritti ora sul Ducato di Milano oppure sul Regno delle Due Sicilie, col pretesto di intervenire in difesa dell’uno o dell’altro dei tanti Stati o Ducati italiani quale difensore del Cristianesimo e del Sacro Romano Impero.

Col Guicciardini, anche Michelangelo Florio esprime, proprio in quello stesso lavoro, un duro giudizio sulle “genti italiche”, che appare improbabile possa attribuirsi all’amico William Shakespeare. Stessa opera “Tutto è bene quel che finisce bene” - Atto secondo, Scena prima: Parigi. Una sala nel Palazzo del Re. Entra nella sala del trono il Re con alcuni giovani gentiluomini in partenza per la guerra di Firenze.

Il Re. “…Che io viva o muoia, siate degni figli della Francia; che l’Italia del nord - quelle misere genti cui in eredità non spetta che il crollo dell’ultima monarchia - vedano che voi lì andate non a cercar l’onore ma a sposarlo quando il più audace dei pretendenti si ritira; possiate voi trovare ciò che cercate e che in alto salga l’eco della vostra fama”.

I pretendenti quindi erano solo Francesco I e l’imperatore Carlo V, le misere genti potevano solo appoggiarsi ora all’uno ora all’altro. In quei giorni le truppe imperiali avevano occupato Siena mentre i francesi si apprestavano ad intervenire per far rispettare le loro pretese. Quanto al Papato doveva barcamenarsi ricordando quanto avvenne in occasione del Sacco di Roma, pochi anni prima, nel 1527, quando le truppe del suo “difensore”, l’Imperatore Carlo V, saccheggiarono chiese e conventi.

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